Libero Grassi è stato ucciso perché aveva osato ribellarsi al potere mafioso, sfidando l’omertà e l’indifferenza della classe imprenditoriale e della società civile di allora. Purtroppo, come è accaduto spesso nella storia della lotta alla mafia, fu lasciato solo a condurre una battaglia – diceva lui – per la dignità e la libertà di imprenditore e cittadino.
Erano anni difficili, scanditi dai continui omicidi di magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti … era ancora opinione diffusa che la lotta alla mafia riguardasse soltanto lo Stato. Grassi capì che per liberare le imprese dal giogo del racket e i territori dal condizionamento di Cosa nostra era indispensabile affront
are a viso aperto il potere mafioso. Capì anche che la battaglia non poteva riguardare esclusivamente la magistratura e le forze dell’ordine.
Oggi, per fortuna, molto è cambiato sul fronte della lotta alla mafia e del contrasto al racket delle estorisioni. Molti operatori economici hanno cominciato a denunciare il pizzo, le associazioni antiracket svolgono un lavoro prezioso, le stesse associazioni di categoria hanno deciso di fronteggiare il problema con impegni concreti ed efficaci. C’è una nuova sensibilità, ma questo non basta.
L’introduzione della denuncia obbligatoria da parte degli operatori economici che subiscono estorsioni è uno strumento utile ed estremamente efficace per reprimere il fenomeno. Basti pensare a quante risorse ed energie si libererebbero se tutti denunciassero. Con meccanismi di premialità e penalità di carattere amministrativo si potrebbe dare un forte impulso alla denuncia.
Anche sul piano culturale sarebbe fondamentale un maggiore investimento di idee, risorse per rafforzare i presìdi e le (Continua…)
Andrea Sacco 18:55 on 31 agosto 2010 Permalink |
Speriamo bene come nei casi occorsi in passato. La vita è vita. E’ però un articolo che non mi quadra per alcuni dettagli: Antonio era collaboratore o testimone? perchè verso la fine si parla di un suo arresto nell’ambito della operazione Cronos. In internet si trova solo un riferimento vago tra l’altro nella cache di google dal momento che il sito è inaccessibile (www.siciliaantiusura.it/filedown.asp?s=25182&l=2) per malware.
Infine: se è persona sotto misure di protezione – essendo rimasto in Calabria e non sradicato dalla sua terra come i Masciari non era sotto speciale programma di protezione – l’articolo ne descrive libertà di movimenti con amicizie in zone fuori dall’abitato.
Con questo commento non voglio gettar semi di sospetto sulla persona ma la necessità di maggior precisione nell’informazione, come questo blog ha preteso ogni volta per errori marchiani inaccettabili di quotidiani, televisioni nazionali e pure – ahimè – parlamentari.
Tommaso Conversano 23:18 on 31 agosto 2010 Permalink |
Il problema è sempre lo stesso Andrea, la stampa (e non solo quella) non riesce ancora a fare un distinguo ben preciso tra collaboratori di giustizia e testimoni di giustizia. Molti articoli su questo fatto (tra il quale questo stesso) fanno confusione dichiarando la persona scomparsa, nei titoli “testimone di giustizia” per poi nell’articolo parlare di “collaboratore”. Errore purtroppo comune ma gravissimo dal punto di vista interpretativo che crea confusione nei lettori….e non solo in loro!